Il sabato del villaggio: storia, cronaca, usi e costumi di Pontecagnano Faiano (III)

LA STORIA DI PONTECAGNANO E FAIANO IN QUATTRO PARTI

A cura di Francesco Longo

Parte terza

Il periodo moderno (1492 – 1815)

Verso la metà del 1500 il feudo di Faiano risultava così costituito. Era delimitato a nord dalla Montagna della Foresta; ad est dal torrente Asa; ad ovest dal fiume Picentino e dal vallone Siscaritolo; a sud dal mare. C’erano le sorgenti Frestola e Formola. Per l’abbondanza di acque e di selve il feudo risultava ricco di cacciagione nobile: cinghiali, starne e pernici; c’erano anche i lupi. Il territorio era attraversato dalla strada regia, che conduceva da Cagnano verso Eboli (l’attuale statale 18), dalla strada della Scontrafata; da quella che portava al casale Santa Tecla e da quella che attraversava la foresta a nord. Comprendeva, oltre Faiano, la contrada Lamia, nei pressi del ponte, e le seguenti al- tre località: Iscacupa, Viscito, Pontirotti, Paternostro, Scontrafata, Selce, Stradella, Filetto, Licenuso, Gaudo,  Frestola, Palma, Doricato, Vicenza, Siscaritolo, Pratello, Prato, Sardone, Acquara, Limiti, Tofara, Difesa pozzi, Molino, Acqua bianca, Vignavetere, Carpinelli e Sferracavallo, tutte a nord della strada regia; a sud c’erano: Taverna  Penta, Tavernulo, Forcella, Asa, Matina, Macchia- secca, Ponticello, Auteta e Denteferro. Nel feudo esistevano, oltre alla Badia di San Giuliano, altre otto chiese e diverse cappelle gentilizie. Dagli inizi del 1600 e fino alla metà circa del 1700, numerose concessioni e subconcessioni consentirono a molti coltivatori di Faiano di praticare un’agricoltura intensiva, favoriti in ciò dal regime ecclesiastico e cioè dall’assenza di un’autorità baronale, di solito opprimente e vessatoria. Nelle zone più alte del feudo, fitti castagneti e querceti erano l’ideale per ottimi allevamenti di maiali; più in basso, si estendevano vasti vigneti ed uliveti; era diffusa la coltura del gelso, che sosteneva l’allevamento del baco da seta; nelle zone più irrigue si coltivava il lino, la canapa, la robbia, il riso, il grano, la segale e l’orzo. Nella piana paludosa si alleva- vano le bufale. Lungo la collina erano attivi i mulini (‘e machine); nel feudo c’erano anche forni per fabbricare tegole e mattoni. Di fatto il latifondo faianese si andava frazionando, gestito da coltiva- tori-imprenditori. Durante tutto il 1700 la classe dei terrieri, legata al fondo perché vi risiedeva e vi lavorava insieme ai contadini, diventò la vera protagonista economica e sociale di quel feudo (mentre in gran parte del Meridione, la vecchia nobiltà agraria, che spesso risiedeva in città, vendeva i propri terreni ed a volte   perfino i titoli).

Sul finire del 1700 Ferdinando I di Borbone (1751-1825) inglobò il feudo di Faiano nel fisco regio; e la chiesa di San Giuliano divenne parrocchia, col titolo di San Benedetto. Durante il governo francese (1806-1815), con l’abolizione delle leggi feudali, il feudo di Faiano fu soppresso e venne incamerato nel Comune di Montecorvino Rovella; così la parrocchia di San Benedetto venne privata delle sue rendite. Alla ripresa del trono, nel 1815, Ferdinando I di Borbone restituì solo alcuni privilegi alla parrocchia di San Benedetto. Ma intanto a Faiano era iniziata l’epoca delle masserie.

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