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Il sabato del villaggio: storia, cronaca, usi e costumi di Pontecagnano Faiano (IV)

LA STORIA DI PONTECAGNANO E FAIANO IN QUATTRO PARTI

A cura di Francesco Longo

Parte quarta

Il periodo contemporaneo (dal 1815 al 1911)

Tra la fine del 1700 e la metà del 1800, la comunità faianese, sempre più attiva e produttiva, aveva cambiato l’aspetto del territorio e trasformato la sua agricoltura da feudale in moderna. La masseria   era diventata il simbolo di tale trasformazione; essa era il centro propulsore di una attività articolata che dava lavoro a numerose famiglie. L’edificio comprendeva abitazioni e strutture di servizio.  Era l’alloggio per il padrone (il massaro) ed i suoi dipendenti, ma anche deposito di merci, cantina, stalla, ricovero per gli attrezzi, i carri e le carrozze; luogo centrale di riunione era l’aia antistante. Idealmente la masseria aveva ereditato la funzione della corte feudale. Vi si produceva grano, granone, olio, vino, frutta, ortaggi ed anche riso, canapa e lino. Lungo la collina di Faiano, vaste aree di terreno, già chiuse a “difesa” per il pascolo, erano state convertite a colture specializzate per ulivo, vite, arance, noci, mele ed ortaggi. Era prospero l’allevamento di bovini, suini, ovini ed anche quel- lo del baco da seta. C’era lavoro non solo per i braccianti agricoli, ma anche per i conduttori di aratro, i guardiani di mandrie, i lavoranti dell’olio e del vino, i filatori del cotone e della lana; ed anche per i mediatori ed i commercianti. Ben presto a questo esercito di lavoratori non bastò più il territorio di Faiano; essi allora volsero la loro attenzione alla piana di Cagnano, ancora paludosa e semideserta. A quell’epoca, lì esistevano solo alcune case sparse, più la caserma dei gendarmi a ridosso del ponte e qualche cantina e taverna lungo la strada regia (l’attuale statale 18). A Cagnano le sole attività erano, oltre alla ristorazione (vitto e alloggio per i pochi passanti), la coltivazione del riso e l’allevamento delle bufale.

Dopo la riconquista del trono, il governo borbonico decise la bonifica della piana, “per recuperare quei terreni condannati a produrre melme, miasmi, contagio e morte”. Iniziò così una gigantesca opera di trasformazione che coinvolse molti pionieri faianesi ed anche “forestieri” per realizzare i ca-nali e colmare le paludi. Progressivamente numerosi acquitrini vennero colmati, gli allevamenti bra- di vennero allontanati verso la marina e furono impiantati i primi frutteti: gelsi, noci ed agrumi. Ed a Cagnano cominciava a formarsi un centro abitato. Nel 1820 il governo borbonico aveva istituto il comune di Montecorvino Pugliano, distaccandolo da quello di Rovella. Comprendeva quattro fra- zioni: Pugliano, S. Tecla, Faiano e Cagnano. Gli abitanti di Faiano e Cagnano erano complessiva- mente quasi trecentosessanta. Nei decenni successivi, aumentando con la bonifica i residenti di Cagnano, lì fu costruita la chiesa dell’Immacolata (1849). Nel 1858 gli abitanti di Faiano e Cagnano erano diventati circa duemilacinquecento; ed era sempre più massiccio quel movimento migratorio a  ritroso dai monti Picentini verso la pianura.

Nel 1861 il Regno d’Italia inglobò quello delle Due Sicilie e soppresse definitivamente gli ordina- menti feudali; confiscò i beni della parrocchia di San Benedetto, compreso il convento, e li vendette ai privati. Nella seconda metà del 1800 la piana di Pontecagnano, sempre più fertile e popolosa, prosperava vertiginosamente “al benefico fischio del treno” (Nel 1873 era stata inaugurata la linea ferrata Salerno-Eboli). Nelle frazioni di Faiano e Pontecagnano furono istituiti due uffici postali e l’ufficio della conciliazione; nel 1903 la stazione ferroviaria e nel 1906 il consorzio delle acque. Ai primi del 1900 gli abitanti erano diventati circa seimila, il doppio di quelli delle frazioni “alte” di S. Tecla e Pugliano. E bisognava recarsi al capoluogo, cioè a Pugliano, per vari motivi burocratici: de-

nunziare nascite e morti, contrarre il matrimonio civile (che allora era distinto da quello religioso), pagare le tasse; ma a quell’epoca non erano pochi i circa dieci chilometri di strada, non asfaltata, da   percorrere a piedi o su carretti (i più fortunati su carrozza). Per di più, in consiglio comunale, le fra-

zioni “alte” avevano lo stesso numero di consiglieri di quelle “basse”, e cioè dieci (distinti in cinque per Faiano e cinque per Pontecagnano). Dunque non era più possibile convivere nello stesso comune. Nel 1907 nacque un comitato civico “pro Pontecagnano Faiano comune autonomo”, cioè distaccato da Montecorvino Pugliano. Era presieduto dall’avvocato Amedeo Moscati. Il motto del comitato era “Durantes vincunt”. Il 18 giugno 1911 il re Vittorio Emanuele III di Savoia decretò la costituzione in Comune autonomo delle frazioni di Pontecagnano e Faiano.

Il sabato del villaggio: storia, cronaca, usi e costumi di Pontecagnano Faiano (III)

LA STORIA DI PONTECAGNANO E FAIANO IN QUATTRO PARTI

A cura di Francesco Longo

Parte terza

Il periodo moderno (1492 – 1815)

Verso la metà del 1500 il feudo di Faiano risultava così costituito. Era delimitato a nord dalla Montagna della Foresta; ad est dal torrente Asa; ad ovest dal fiume Picentino e dal vallone Siscaritolo; a sud dal mare. C’erano le sorgenti Frestola e Formola. Per l’abbondanza di acque e di selve il feudo risultava ricco di cacciagione nobile: cinghiali, starne e pernici; c’erano anche i lupi. Il territorio era attraversato dalla strada regia, che conduceva da Cagnano verso Eboli (l’attuale statale 18), dalla strada della Scontrafata; da quella che portava al casale Santa Tecla e da quella che attraversava la foresta a nord. Comprendeva, oltre Faiano, la contrada Lamia, nei pressi del ponte, e le seguenti al- tre località: Iscacupa, Viscito, Pontirotti, Paternostro, Scontrafata, Selce, Stradella, Filetto, Licenuso, Gaudo,  Frestola, Palma, Doricato, Vicenza, Siscaritolo, Pratello, Prato, Sardone, Acquara, Limiti, Tofara, Difesa pozzi, Molino, Acqua bianca, Vignavetere, Carpinelli e Sferracavallo, tutte a nord della strada regia; a sud c’erano: Taverna  Penta, Tavernulo, Forcella, Asa, Matina, Macchia- secca, Ponticello, Auteta e Denteferro. Nel feudo esistevano, oltre alla Badia di San Giuliano, altre otto chiese e diverse cappelle gentilizie. Dagli inizi del 1600 e fino alla metà circa del 1700, numerose concessioni e subconcessioni consentirono a molti coltivatori di Faiano di praticare un’agricoltura intensiva, favoriti in ciò dal regime ecclesiastico e cioè dall’assenza di un’autorità baronale, di solito opprimente e vessatoria. Nelle zone più alte del feudo, fitti castagneti e querceti erano l’ideale per ottimi allevamenti di maiali; più in basso, si estendevano vasti vigneti ed uliveti; era diffusa la coltura del gelso, che sosteneva l’allevamento del baco da seta; nelle zone più irrigue si coltivava il lino, la canapa, la robbia, il riso, il grano, la segale e l’orzo. Nella piana paludosa si alleva- vano le bufale. Lungo la collina erano attivi i mulini (‘e machine); nel feudo c’erano anche forni per fabbricare tegole e mattoni. Di fatto il latifondo faianese si andava frazionando, gestito da coltiva- tori-imprenditori. Durante tutto il 1700 la classe dei terrieri, legata al fondo perché vi risiedeva e vi lavorava insieme ai contadini, diventò la vera protagonista economica e sociale di quel feudo (mentre in gran parte del Meridione, la vecchia nobiltà agraria, che spesso risiedeva in città, vendeva i propri terreni ed a volte   perfino i titoli).

Sul finire del 1700 Ferdinando I di Borbone (1751-1825) inglobò il feudo di Faiano nel fisco regio; e la chiesa di San Giuliano divenne parrocchia, col titolo di San Benedetto. Durante il governo francese (1806-1815), con l’abolizione delle leggi feudali, il feudo di Faiano fu soppresso e venne incamerato nel Comune di Montecorvino Rovella; così la parrocchia di San Benedetto venne privata delle sue rendite. Alla ripresa del trono, nel 1815, Ferdinando I di Borbone restituì solo alcuni privilegi alla parrocchia di San Benedetto. Ma intanto a Faiano era iniziata l’epoca delle masserie.

Il sabato del villaggio: storia, cronaca, usi e costumi di Pontecagnano Faiano (II)

LA STORIA DI PONTECAGNANO E FAIANO IN QUATTRO PARTI

A cura di Francesco Longo

Parte seconda

Il periodo medievale (476 – 1492)

Alla caduta dell’Impero romano (quinto secolo dopo Cristo) Picentia fu attraversata dalle orde barbariche dei Visigoti nel 410 e poi dei Vandali nel 456. A tali eventi sconvolgenti fecero seguito le terribili incursioni dei pirati saraceni che, fra il nono e l’undicesimo secolo, terrorizzarono le coste del Mediterraneo: aggredivano villaggi e città per rapire uomini, donne e bambini che trasportavano oltremare e li vendevano come schiavi. Perciò, dal quinto secolo in poi, i Picentini progressivamente abbandonarono la piana e si spostarono sulle colline vicine. (Per di più, nei secoli successi- vi, la ridotta attività boschiva e la mancata manutenzione dei corsi d’acqua lasciarono defluire a valle enormi quantità di detriti franosi, che si accumularono sul suolo costiero, determinandone un lento e costante innalzamento. Ciò trasformò le terre a sud dell’attuale strada ferrata in una immensa palude, regno di zanzare e di malaria. Da tale condizione risorgerà dopo circa mille anni, con la rudimentale bonifica borbonica prima e poi con quella integrale del 1900, conclusasi solo settanta anni fa). Nel corso dei quattrocento anni della dominazione longobarda (630–1077) i Picentini si insediarono stabilmente sulle colline del Picentino e delle zone confinanti. Costruirono casali e castelli; coltivavano il grano, la vite, l’ulivo e, intorno ai corsi d’acqua, anche il riso. I castelli ed i casali, nel loro insieme, erano un sistema integrato; i castelli di San Cipriano, Giffoni, e Montecorvino proteggevano i casali circostanti che, riuniti per unità territoriali, formavano dei comuni feudali. Questa struttura feudale fu conservata durante tutto il periodo Normanno (1077-1194) e quello Svevo (1194-1266). Nel tredicesimo secolo Giffoni era sede di contea con tre comuni distinti: Valle e Piano, Sei casali e Gauro; San Cipriano era una baronia a sé; Montecorvino un comune. E Faiano costituiva un comune autonomo, essendo feudo ecclesiastico. Fin dall’epoca romana, Faiano è stato centro di profonda tradizione religiosa. Lo testimoniano il suo nome, che deriverebbe da “Fanum Iani” cioè tempio di Giano e le sue antiche chiese. Quella di San Vincenzo, in cui nel nono secolo vissero e morirono i santi vescovi Quirino e Guingenzio; e quella della Santissima Trinità, detta del Padreterno, in cui si trovano i resti dell’affresco bizantino del Cristo Pantocrator, fatta costruire dal principe longobardo Gisulfo, nell’anno 1000 circa. Nel 1167 il territorio di Faiano, già istituito feudo ecclesiastico, fu affidato da Guglielmo II (normanno) al Monastero di San Benedetto di Salerno, insieme al castello di Montecorvino con tutte le sue dipendenze. (Nel pe- riodo medievale i feudi erano possedimenti del sovrano, che concedeva a beneficiari, laici o ecclesiastici, la giurisdizione civile, penale e fiscale; d’altra parte i beneficiati, compresi gli abati, assicuravano al sovrano la fedeltà dei sudditi). I Faianesi, dunque, avevano l’obbligo di lavorare i campi, il cui raccolto andava al monastero benedettino di Salerno e, in subordine, all’abate di Faiano. Nel   tredicesimo secolo Faiano aveva assunto il ruolo di “capoluogo” della zona meridionale della valle del Picentino, compresa la pianura abbandonata ed inospitale.

Dalla dominazione Sveva (1194-1266) a quella Angioina (1266-1442) a quella Aragonese (1442-1503) a quella del Vice regno spagnolo (1503-1707) ed infine a quella dei Borboni (1734-1861), i vari sovrani confermarono la concessione del feudo di Faiano al Monastero benedettino di Salerno (con l’eccezione degli ultimi cinquant’anni circa del regno borbonico). Nella seconda metà del 1400 venne istituita la Badiale Corte di Faiano, importante istituzione feudale per l’esercizio diretto della giurisdizione. Poco tempo dopo fu edificata a Faiano, accanto al Monastero, la nuova chiesa badiale di San Giuliano, al posto di quella antica della Santissima Trinità (del Padreterno).

I tempi difficili creano uomini forti …

Hanno intervistato il fondatore di Dubai, Sheikh Rashid, sul futuro del suo paese, lui ha risposto:′

′ Mio nonno camminava con il cammello, mio padre camminava con il cammello, io cammino in Mercedes, mio figlio va in Land Rover, e mio nipote andrà in giro in Land Rover, ma al mio bisnipote gli toccherà tornare a camminare con il cammello……”

Perché′′ I tempi difficili creano uomini forti, gli uomini forti creano tempi facili. I tempi facili creano uomini deboli, gli uomini deboli creano tempi difficili.”Molti non capiranno, ma bisogna crescere guerrieri, non parassiti…”

[la città di Dubai utilizza energia esclusivamente da fonti rinnovabili]

Il sabato del villaggio: storia, cronaca, usi e costumi di Pontecagnano Faiano (I)

LA STORIA DI PONTECAGNANO E FAIANO IN QUATTRO PARTI

A cura di Francesco Longo

Parte prima

Il periodo antico (3.000 avanti Cristo, circa – 476 dopo Cristo)

La nostra storia inizia circa 2.800 anni fa, quando un gruppo di Etruschi provenienti dalla Toscana e dall’alto Lazio si stabilì nel nostro territorio. Gli Etruschi erano un popolo di esperti navigatori (furono padroni assoluti del mar Tirreno, dal nono al quarto secolo avanti Cristo) ma anche di bravi artigiani, di validi ingegneri e di smaliziati commercianti. La nostra piana era fertile, riparata a nord dalle colline; la costa (molto diversa da quella di oggi) presentava alte dune e profonde lagune, ottime per l’approdo delle imbarcazioni. Allora il fiume Picentino era navigabile per alcuni chilometri; alla sua foce gli Etruschi costruirono il porto. Come era nella loro tradizione, si insediarono a distanza dal mare, esattamente dove è oggi il nostro centro storico e cioè fra l’attuale strada statale 18 e la autostrada. Nel suo primo secolo di vita, quella comunità di frontiera (era la più a sud dalla madre-patria) si dedicò all’agricoltura, all’allevamento, all’artigianato ed al commercio. Scambiava i suoi prodotti con le genti italiche dell’interno, risalendo i fiumi Picentino, Tusciano e Sele. Ma nel corso dei due secoli successivi, quel piccolo villaggio si trasformò progressivamente in una grande e ricca città: Pikèntia Amìnaia. I nostri, nel frattempo, avevano incrementato e migliorato l’agricoltura, l’allevamento, la produzione artigianale (dei metalli, del legno, dei tessuti e della ceramica); avevano potenziato la flotta ed il porto. E quando i Greci si stabilirono ad Ischia ed a Cuma, gli Etruschi cominciarono a commerciare con loro e svilupparono vertiginosamente i propri scambi. Che non avvenivano più solo con gli italici dell’entroterra o con i “connazionali” dell’Etruria-madre, ma con tutti i popoli del Mediterraneo orientale: Grecia, Egitto, Siria ed Asia minore. Circa 2.600 anni fa, Pikèntia Amìnaia era una florida città-mercato, un vero emporio internazionale. Vi si potevano acquistare i prodotti etruschi locali e tosco-laziali (utensili domestici, arnesi da lavoro, vasellame, strumenti musicali, armi e gioielli) nonché i prodotti del vicino e montuoso entroterra italico (lana, formaggi, carni e legname); ma anche dei raffinati prodotti esotici (ceramiche di Atene e di Corinto; vasellame, arnesi ed arredi in bronzo, argento ed oro greci e siriani; avori, pendagli e collane di ambra, scarabei ed altri amuleti egiziani; unguenti e profumi fenici). In quella prestigiosa ed opulenta città, la comunità originaria, cresciuta di numero, aveva assunto una nuova articolazione sociale; oltre agli agricoltori, agli allevatori ed agli artigiani, ora c’erano i guerrieri ed i grandi commercianti. Al vertice della gerarchia sociale c’erano ricche e potenti famiglie aristocratiche, da cui proveniva il gruppo dei prìncipi, veri capi politici, religiosi e militari, che nulla avevano da invidiare ai pari-grado delle altre e più note città dell’Etruria madre (Vetulonia, Vulci, Cerveteri, Tarquinia e Veio). Allora Pikèntia, insieme a Capua, era il centro etrusco più importante nella Campania. Ma alla fine del settimo secolo a.C. i Greci si insediarono a Paestum e cominciarono a disturbare il commercio marittimo dei nostri. Così iniziò il lento declino della Pontecagnano etrusca. In quel periodo furono costruiti a Pikèntia due santuari: uno dedicato ad Apollo, nella zona dell’attuale via Verdi; ed uno dedicato a Demetra, nella zona tra via Picentino e l’autostrada. Dopo circa un secolo, altri Greci, di Siracusa, sconfissero la flotta etrusca a Cuma (era la flotta di tutti gli Etruschi, quelli della Toscana, del Lazio e della Campania) e fondarono Napoli. Così gli Etruschi persero il dominio del mar Tirreno e quindi il loro potere militare e commerciale. Anche Pikèntia Amìnaia decadde. Durante il quinto secolo avanti Cristo i Sanniti la invasero, senza distruggerla. Agli inizi del terzo secolo avanti Cristo, giunsero nella nostra piana i Romani che travolsero tutti: Sanniti, Greci ed Etruschi.

Nel 268 avanti Cristo Pikèntia Amìnaia, dopo circa cinque secoli, cessava di esistere; al suo posto nasceva la romana Picentia. In quell’anno i Romani vi deportarono i Piceni ribelli (dalle Marche), facendone di fatto una colonia penale. Circa cinquanta anni dopo, di nuovo intervennero a Picentia e la punirono duramente, perché aveva dato sostegno ad Annibale, il nemico mortale di Roma. Nel 198 avanti Cristo i Romani insediarono alla foce dell’Irno un potente presidio militare, fortificato, per controllare da vicino l’indocile Picentia; fu così che nacque Salerno. Circa cento anni dopo, nell’89 avanti Cristo, durante la Guerra Sociale, l’esercito romano si abbatté nuovamente su Picentia e la mise a ferro e fuoco, perché essa ancora una volta era stata dalla parte dei rivoltosi. Del peri- odo romano della nostra comunità non sappiamo molto di più, se non che il termine “Picentia” arrivò ad indicare l’intero territorio dell’attuale provincia di Salerno.

2021 ANNO 20 NUMERO 1

2020 ANNO 13 (+7) NUMERO 2

2020 anno 13° numero 1

La scalata di Vincenzo

Il giovane modello Vincenzo Borsa, 25 anni

“riceviamo e volentieri pubblichiamo” La redazione

L’ultimo rapporto Censis sull’Italia oltre a delineare il ritratto di un Paese in declino, anagraficamente sempre più vecchio, ci descrive come una comunità in via di disgregazione, impaurita, che oltre alla speranza in un futuro migliore sta perdendo anche la solidarietà. Un Paese incattivito e che tratta sempre peggio i suoi giovani, per cui quando si apprende che qualcuno di loro (e per fortuna sono ancora tanti) non si rassegna al torpore e si danna l’anima per emergere e trovare lavoro, è come un raggio si sole che filtra tra le nubi di un uragano, un filo d’erba che spunta tra i sassi. E’ il caso di Vincenzo Borsa, 25 anni, giovane modello di Pontecagnano Faiano che prova a bruciare le tappe del proprio percorso di vita, a mangiarsi il proprio destino anziché farsi mangiare. Salito alla ribalta della recente cronaca locale grazie alle ultime fruttuose apparizioni – vincitore del concorso “Sposi ma non solo” l’8 novembre scorso, apparso nel videoclip “Si nun tuorn tu” dell’emergente rapper Alessio Giordano in arte Hales – l’abbiamo incontrato per una breve intervista.

Quando hai scoperto il tuo interesse per la moda?

«Cominciò quasi per gioco, quando un noto parrucchiere di Pontecagnano Faiano (Sica Bruno) mi invogliò affinché partecipassi ad un concorso locale (si chiamava “Miss e Mister Auto d’Epoca”). Ero appena maggiorenne.»

Vincenzo Borsa con il noto parrucchiere di Pontecagnano Faiano Bruno Sica

Ricordaci come andò quel concorso

«E chi se lo scorda! Erano i miei primi passi, pieno di vergogna. Le gambe che mi tremavano ed i continui dubbi su cosa ci facessi lì. Ad un certo punto, un attimo prima di sfilare, sbirciando il pubblico mi dissi “Ma quanta gente c’è? No, io non esco”. Stavo quasi per fermarmi e tornare indietro ma poi mi feci coraggio ed entrai “Ormai ci sono, come va va” mi ripetei. Al mio ritorno ero ancora incredulo, un nodo in gola e la strana sensazione di scoprirmi triste e felice nello stesso tempo. Avevo capito che quello era ciò che volevo fare. Il mio sogno, il mio scopo da realizzare. Forse quel giorno, quella prima passerella, mi ha cambiato la vita. Mi ha indicato una strada. Tra l’altro vinsi anche una fascia (la cosa più inaspettata di tutte) quella di Mister portamento.»

Data la precarietà del lavoro ormai da tempo si assiste in Italia ad una vera e propria fuga dei giovani (specie del sud) dal proprio luogo natìo. Perché le occasioni migliori sono altrove. E’ così anche nell’ambito della moda?

«E’ il solito discorso. Qui al sud in realtà avremmo tantissimi motivi per restare, tante ricchezze da sfruttare e che ci farebbero crescere. Ma non lo facciamo. Se poi parliamo di fashion, si sa, la capitale italiana è Milano.  E’ l’approdo naturale per chi lavora in quest’ambito. Ed io m’impegno tutti i giorni per raggiungerlo.»

Ti dividi tra il lavoro di indossatore, i videoclip musicali e i provini tv. In questo momento qual è la tua principale ambizione?

«La passerella è la mia isola preferita. D’altra parte ho cominciato facendo l’indossatore per aziende d’abbigliamento locali e riviste specializzate di piccola diffusione. Collaboro con brand, comparse da protagonista in video musicali, e mi propongo a casting molto importanti a livello nazionale. Ma tra gli shooting fotografici, le ospitate tra radio e web tv, ed i provini per agenzie nazionali, è senz’altro la moda il mio primo amore. Ma naturalmente sono pronto a cogliere tutte le occasioni che mi si presentano, con l’animo e la predisposizione che servono. Ossia lo spirito di chi sa che non deve limitarsi ad aspettare che il treno giusto passi e si fermi davanti a lui. Se non si ferma io ci provo comunque e ci salgo in corsa!»

Per inseguire il suo sogno e coltivare le sue passioni Vincenzo Borsa è dunque pronto alla scalata. Anche a mani nude e senza fune di sicurezza. Perché il coraggio non va mai giù di moda.

2019 Anno 12 n°4

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